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“Freccette”.
Perché
proprio “Freccette”?
Per
il loro acume? Per la pungente ironia? Per l’acuto sentimento che spinge una
persona apparentemente qualsiasi, anzi, anche meno, a porre su carta i moti più
segreti e tormentati dell’animo?
Niente
di tutto questo.
Il
perché di “Freccette” sono cazzi dell’Autore. Se ne avete voglia,
chiedetelo a lui, io ne so francamente una sega. Parliamo quindi di lui.
Già.
L’Autore.
Luca
Ceccherini si distingue dalla massa per avere i capelli ricci, per essere nato
oltre quaranta anni fa e per un’altra caratteristica che la sapevo ma non me
la ricordo.
Cominciò
a disegnare più verso le otto che verso le nove di un tardo pomeriggio
invernale di un anno che non so perché allora non lo conoscevo.
Verso
la quinta elementare cominciò anche a scrivere. Di lui si ricorda una mirabile
testa di somaro con la didascalia “asino il Direttore” vergata con mano
ancora incerta sulla parete del gabinetto della scuola e quindi tutta istoriata
di una deliziosa greca di cazzi.
Ma
fu alla scuola media che si ebbe finalmente la sua consacrazione come Poeta. Si
ricorda che appena si avvicinò con passo timido (è cieco come un cacciavite)
alla Commissione d’Esame, rendendosi conto di avere calpestato una gomma da
masticare lasciata lì dal bieco bidello Licinio, si esibì in un’improvvisata
composizione in endecasillabi che suonava pressappoco così:
Puttanadellatroiadellam…
(non
potè finire perché il Professore di Religione, Don Arcigno Capone, quasi lo
scapò con un manrovescio del sedici, avviandolo inoltre ad una immeritata e
dolorosissima bocciatura).
Il
seguito lo conoscono tutti: il Professore di Latino Gipo Frosone, il noto
pederasta, aveva ormai colto la luce di talento che in quell’attimo fatal era
brillata e, presolo sotto la sua ala protettrice, si fece di lui Pigmalione
nonché manager a provvigioni con minimo garantito.
Erano
anni in cui il mondo della cultura era scosso dai fermenti di un’era nuova.
Tutto un fiorir d’artisti animava di discussioni i bar dei quartieri
universitari. Erano gli anni di Mino Reitano, di Gianni & Pinotto, del
Gingerino Recoaro. Si polemizzava se la Cinquecento Abarth avesse più ripresa
dell’Innocenti Austin, fioccavano le scommesse e i record al flipper.
Ma
il Ceccherini, novello passero solitario, appartato dal convulso mondo esterno
ed impegnato a respingere le veementi avances dell’untuoso professore, nel
chiuso del suo cuore covava quei tesori di cui poi ha voluto renderci partecipi.
Grazie,
Luca, per averci voluto oggi invitare a questa tavola imbandita del Tuo genio,
del Tuo cuore, della Tua anima, se possibile ci starebbe bene anche un frittino
misto mare con due gocce di limone.
Noi
saremo per Te fratelli, discepoli, amici e sperabilmente eredi, noi porteremo il
Tuo Nome come un badge con la faccia di Bob Marley e quando i nostri nipotini,
rovistando con le odiose manine nelle vecchie cose del nonno ne trarranno questo
libretto, che sarà anche per loro fonte di allegria e meraviglia, ci
chiederanno: “O nonno, ma te lo conoscevi questo qui??” noi con orgoglio
potremo rispondere “Sissì: era uno riccio, pieno di debiti, è scappato in
Sudamerica tanti anni fa….”
Con
affetto.
Eugenio
Blinskij
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